Migliaia i comuni che hanno visto il proprio nome cambiato dal fascismo

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  Come tutti i regimi di ogni epoca anche il fascismo come è ben noto ha voluto il proprio marchio, il suo segno, che resiste ai tempi, nei nomi dei luoghi. Oltre ad aver sradicato identità secolari famigliari con l'italianizzazione dei cognomi e anche dei nomi delle persone, fenomeno cruento avvenuto soprattutto nelle regioni del confine, si è scatenato con una inventiva con pochi precedenti anche nella trasformazione dei nomi dei luoghi, con la toponomastica ed odonomastica. Migliaia i comuni e le località che videro i propri nomi essere stravolti, tramite il processo di italianizzazione con lo scopo di romanizzare la località, di annientarne le origini identitarie considerate come non italianissime o con lo scopo di celebrarne l'atto politico funzionale allo spirito e causa fascista. Di casi se ne registrano a bizzeffe. Da Monteleone di Calabria, diventata Vibo Valentia, a Ronchi di Monfalcone, diventata Ronchi dei Legionari per celebrare l'atto eversivo della presa di...

Con la riforma costituzionale sarà più semplice deliberare lo stato di guerra. Un motivo in più per votare no

Su questa riforma costituzionale, poco condivisa, e governativa, nel nome del fare subito e presto, nel nome dell'alta velocità che non lascia spazio alla riflessione e ragione e condivisione, si è già detto molto e scritto tanto. Una delle perle nere di questa riforma, dove qualche riflessione è già stata mossa, è la questione dello stato di guerra. L'articolo 78 della Costituzione attuale prevede che le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari. Ovviamente, venendo meno il Senato nella sua funzione originaria, ed è per questo che vengono modificati diversi articoli della Costituzione, ora il tutto è più semplice, immediato, veloce. Sarà solo la Camera dei deputati chiamata a deliberare a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari. Se poi a ciò si aggiunge la pessima legge elettorale è facile immaginare come sarà facile dichiarare lo stato di guerra in Italia, ma anche senza la legge elettorale il guaio rimane lo stesso. Il Presidente della Repubblica avrà dunque il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalla Camera dei deputati. E la durata della Camera non può essere prorogata se non per legge e soltanto in caso di guerra. Ad oggi non è mai stato dichiarato lo stato di guerra, nel nostro Paese sono state realizzate leggi restrittive ad hoc per combattere il terrorismo nero e c.d. rosso, e lo stesso discorso vale per le missioni militari all'estero, spacciate come umanitarie, per non dimenticare la missione contro la Serbia in quel caso non è stato necessario alcun voto in Parlamento. Ecco a cosa potrebbe portarci il decisionismo. Il decisionismo, con la maschera del semplicismo, della velocità, rischia di determinare in questo Paese, profondamente corrotto e disastrato, un sistema autoritario che si potrà ben adattare alle nuove tipologie nefaste di questo secolo. La democrazia rappresentativa è fallita da un pezzo, e non si possono conferire poteri del genere e con tale facilità a mascalzoni ed irresponsabili che pur di soddisfare il proprio ego, narcisismo o dipendenza da certi sistemi di potere economico, sia interni che esteri, un giorno qualunque si svegliano e decidono, ad esempio, di creare le condizioni per dichiarare alla velocità della luce lo stato di guerra.

Marco Barone

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