Dieci anni dall'omicidio di Stato di Giulio Regeni, il 2026 sarà l'anno della giustizia?

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Il tempo inesorabilmente corre, va per la sua strada senza guardare in faccia a nessuno. Imperterrito. Dieci anni possono sembrare una inezia, oppure una eternità, Solo Paola, Claudio ed Irene possono sapere cosa significhi vivere senza Giulio, ma in questi dieci anni, di strada ne è stata percorsa parecchia, affrontando una miriade di difficoltà, a partire da quell'enorme muro mafioso ed omertoso nato dall'Egitto che ha ucciso Giulio e negato ogni forma di collaborazione, cosa che continua ancora oggi, cercando di ostacolare il processo che nel 2026, si spera, possa sentenziare quel primo tassello di giustizia che tutti si aspettano. La verità è pressoché oramai acquisita. Anche se delle zone grigie ancora esistono e probabilmente continueranno ad esistere e non avere mai risposta. Riuscire ad ottenere la sentenza che possa fare giustizia nel caso dell'omicidio di Giulio, è un qualcosa di enorme, in un Paese come il nostro che ha sempre ostacolato la giustizia nei processi...

Quella lapide al cimitero di Lussino





Si dice che nei cimiteri si racconta la storia del luogo. Al cimitero di Lussino, in Croazia, in una via laterale, vi è una lapide che balza agli occhi ove si legge: " qui riposano Mario Filinich, Giovanni Zorovich,Giovanni Carcich , e Giovanni Knesich nato alla fine del 1800, uccisi il 10 maggio del 1956. Ai tre giovani barbaramente uccisi e fatti sparire nelle acque di Lischi assieme ad un povero vecchio che diede loro una piccola barca per fuggire verso la patria italiana. I parenti e tutti i Lussignani non più residenti a Lussino. Lussinpiccolo 2001".
Poi, in basso, aggiunto in un secondo momento, un pezzo di marmo, ove si legge: "si uniscono al dolore i Lussignani rimasti". 

In rete si leggono diverse testimonianze ricche anche di particolari. Tre amici, con l'aiuto di un proprietario di una barca del posto, cercarono di fuggire verso l'Italia a remi. Erano attesi in Italia. Ma non si seppe nulla di loro. Si erano rassegnati su quello che sembrava essere l'evento più probabile, un naufragio.
A metà anni '90 gli scheletri vennero ritrovati, ripescati. Venne identificato solo il corpo di uno dei Giovanni, il Zorovich, grazie alle radiografie dei denti conservate dalla madre. I teschi, in base a quello che raccontano le testimonianze, avevano un foro di proiettile. E da qui è maturata una ricostruzione macabra. Vi è chi dice che furono prima barbaramente uccisi e poi legati saldamente alla loro stessa barca ed affondati a 100 metri dalla costa, chi furono prima massacrati di botte, denudati, legati in posizione fetale, ed affondati con la barca, dopo aver ricevuto un colpo di pistola a testa sparato da sotto il mento verso la sommità del cranio.
E gli artefici di questa morte e di tutto ciò sarebbero state le "milizie di Tito". E' inevitabile che sorgono alcuni interrogativi su questa vicenda, e quello che ci si domanda è sulla base di quali prove è stato possibile ricostruire tutto quello che si racconta sulla fine di queste quattro persone? E dramma nel dramma pare che addirittura il fratello di una delle persone scomparse dopo il riconoscimento autoptico avvenuto a Fiume di ciò che rimaneva dei 4 scheletri, nascose nella sua soffitta le ossa per sottrarle alla ricerca della polizia locale per evitare che venissero gettate in una fossa comune.  

Certo è che la lapide collocata nel cimitero di Lussino dice, genericamente, "barbaramente uccisi" e "fatti sparire nelle acque di Lischi assieme ad un povero vecchio che diede loro una piccola barca per fuggire verso la patria italiana". E che dunque non si scrive espressamente in quel luogo sacro da chi sarebbero stati uccisi, ed il perché, ed il come, anche se lo si lascia in un certo senso intendere.



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