Oggi c'è la necessità di un nuovo manifesto per l'arte

Un tempo c’era la vita, c’era il sangue, c’era l’ardimento! C’erano i Futuristi che sputavano in faccia al passatismo, c’era Filippo Tommaso Marinetti che incendiava le accademie, c’era Mario Schifano che aggrediva la tela con la furia di chi vuole conquistare il mondo! C’erano i manifesti, c’era un’idea comunitaria, violenta, estatica dell’arte! E oggi? Oggi il nulla! Il deserto assoluto dell’anima! Siamo circondati da individualisti, rinchiusi nel loro microscopico  guscio. L'arte contemporanea è diventata come il calcio: una manica di mercenari! I galleristi non sono sempre critici, sono procuratori d’assalto. Ma serve una rivoluzione! C’è un bisogno disperato, assoluto, di un nuovo Manifesto! Qualcosa che torni a far vomitare i perbenisti e a far piangere d’estasi chi sa ancora vedere! Abbiamo bisogno di una pittura che torni a essere carne, di pennellate che squarcino la tela immortalando questo vuoto pneumatico del terzo millennio per distruggerlo! Basta con questa mercificaz...

Più campagne e meno cemento, difendere la nostra agricoltura e la qualità del cibo

L'Italia si dice, anzi oramai è diventata una chiacchiera da bar visto come rischiano di precipitare le cose, è il Paese dell'arte, del turismo e del cibo. Ma in Italia si fa poco o nulla per valorizzare e difendere la nostra arte, il nostro turismo ed il cibo. Anzi, si è fatto molto per compromettere i nostri beni artistici, il nostro turismo, il nostro cibo. 
Ha prevalso la politica della grande globalizzazione, che ha comportato un vero e proprio massacro per buona parte della nostra economica, favorendo processi di omologazione. Dove un tempo c'erano le campagne ora sorgono inutili opere pubbliche per la collettività, cemento ed ancora cemento. Dove una volta c'erano le campagne ora sorgono impianti della così detta energia alternativa, non perché all'improvviso si sia diventati tutti più  rispettosi dell'ambiente, ma per un semplice motivo. Come è noto la principale voce del bilancio europeo è stata quella dell’agricoltura che si abbassa anno dopo anno, al contrario dei precedenti anni in cui rappresentava il settore più grande. Questo cambiamento si nota già nel 2014 attraverso le risorse regionali e per l’agricoltura, che rappresentano il 42% del budget. Comunque è la voce più significativa e si parla di miliardi di euro, mica di noccioline. La libera circolazione delle merci, senza che in Italia si siano attuate politiche minime di protezione e di tutela per difendere che per un tempo era noto come made in Italy, e che ora è diventato solo uno sterile elemento di propaganda elettorale, ha comportato il fatto che nelle nostre campagne è preferibile abbandonare determinate coltivazioni, lasciarle perire, se non convertirle ad altro. Gli slogan dicono che la colpa è delle olive o dei pomodori o delle arance che arrivano da un Paese x o dal Paese y, ma certi slogan servono solo a fomentare e legittimare determinate politiche non costruttive per la nostra economia e la qualità dei nostri prodotti.
L'agricoltura va difesa, va incentivata. Difenderla ed incentivarla significa anche creare nuovi posti di lavoro, migliorare le condizioni di lavoro di chi vi opera e contrastare fenomeni di schiavismo e mafiosi come presenti da tempo in tale settore in alcune zone dell'Italia. In un Paese che vede la propria disoccupazione essere inarrestabile. Difendere e migliorare la nostra agricoltura significa avere cibo più sano, di qualità, andare contro quella omologazione che nuoce gravemente alla nostra cucina, alle nostre tradizioni culinarie che si stanno smarrendo. Il problema non è solo il modo in cui è nata od è stata concepita questa Unione Europea, che deve essere certamente ripensata, il problema principale deriva proprio dall'Italia. E' prima di ogni cosa una questione culturale, sociale. 
Oggi abbiamo abbandonato le nostre campagne, ed abbandonare le nostre campagne significa aver compromesso una delle ricchezze del nostro Paese, una delle fondamenta dell'Italia. Ritornare indietro per un progresso sostenibile, di qualità e di salute. Ma si deve fare in fretta. Meno cemento, e più campagne, più qualità di cibo e meno omologazione, questa può essere la ricetta con cui far risollevare anche il nostro Paese. 

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