Cent'anni dalla prima vittima dello squadrismo fascista a Ronchi, Erminio Rusig

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  Il 15 ottobre del 1926 saranno cent'anni della prima vittima del fascismo squadrista a Ronchi. Erminio Rusig un giovane ronchese poco più che ventenne. La sua storia è stata ricordata nel tempo dalla staffetta partigiana Elda Soranzio e dal partigiano e senatore Silvano Bacicchi e da Giacomo Mininel.  Siamo a Ronchi , è il 24 aprile del 1925. È sabato sera.  Erminio Rusig è lì con i suoi quattro compagni, vanno fino a San Pier, si divertono, e poi tornano a casa che è passata la mezzanotte. Si salutano al bivio della Pesa, ognuno per la sua strada. Erminio viene intercettato da una squadraccia . Lo fermano con le pistole e i manganelli. Lui prova a scappare, ma quelli sono in tanti, lo raggiungono e iniziano a picchiare duro. Lo atterrano a colpi di manganello e poi, quando è già a terra privo di sensi — che è una cosa di una vigliaccheria pazzesca — continuano a prenderlo a calci. E per finire, gli sparano pure: un colpo al basso ventre. Dopodiché, succede una cosa che...

Più campagne e meno cemento, difendere la nostra agricoltura e la qualità del cibo

L'Italia si dice, anzi oramai è diventata una chiacchiera da bar visto come rischiano di precipitare le cose, è il Paese dell'arte, del turismo e del cibo. Ma in Italia si fa poco o nulla per valorizzare e difendere la nostra arte, il nostro turismo ed il cibo. Anzi, si è fatto molto per compromettere i nostri beni artistici, il nostro turismo, il nostro cibo. 
Ha prevalso la politica della grande globalizzazione, che ha comportato un vero e proprio massacro per buona parte della nostra economica, favorendo processi di omologazione. Dove un tempo c'erano le campagne ora sorgono inutili opere pubbliche per la collettività, cemento ed ancora cemento. Dove una volta c'erano le campagne ora sorgono impianti della così detta energia alternativa, non perché all'improvviso si sia diventati tutti più  rispettosi dell'ambiente, ma per un semplice motivo. Come è noto la principale voce del bilancio europeo è stata quella dell’agricoltura che si abbassa anno dopo anno, al contrario dei precedenti anni in cui rappresentava il settore più grande. Questo cambiamento si nota già nel 2014 attraverso le risorse regionali e per l’agricoltura, che rappresentano il 42% del budget. Comunque è la voce più significativa e si parla di miliardi di euro, mica di noccioline. La libera circolazione delle merci, senza che in Italia si siano attuate politiche minime di protezione e di tutela per difendere che per un tempo era noto come made in Italy, e che ora è diventato solo uno sterile elemento di propaganda elettorale, ha comportato il fatto che nelle nostre campagne è preferibile abbandonare determinate coltivazioni, lasciarle perire, se non convertirle ad altro. Gli slogan dicono che la colpa è delle olive o dei pomodori o delle arance che arrivano da un Paese x o dal Paese y, ma certi slogan servono solo a fomentare e legittimare determinate politiche non costruttive per la nostra economia e la qualità dei nostri prodotti.
L'agricoltura va difesa, va incentivata. Difenderla ed incentivarla significa anche creare nuovi posti di lavoro, migliorare le condizioni di lavoro di chi vi opera e contrastare fenomeni di schiavismo e mafiosi come presenti da tempo in tale settore in alcune zone dell'Italia. In un Paese che vede la propria disoccupazione essere inarrestabile. Difendere e migliorare la nostra agricoltura significa avere cibo più sano, di qualità, andare contro quella omologazione che nuoce gravemente alla nostra cucina, alle nostre tradizioni culinarie che si stanno smarrendo. Il problema non è solo il modo in cui è nata od è stata concepita questa Unione Europea, che deve essere certamente ripensata, il problema principale deriva proprio dall'Italia. E' prima di ogni cosa una questione culturale, sociale. 
Oggi abbiamo abbandonato le nostre campagne, ed abbandonare le nostre campagne significa aver compromesso una delle ricchezze del nostro Paese, una delle fondamenta dell'Italia. Ritornare indietro per un progresso sostenibile, di qualità e di salute. Ma si deve fare in fretta. Meno cemento, e più campagne, più qualità di cibo e meno omologazione, questa può essere la ricetta con cui far risollevare anche il nostro Paese. 

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