Dieci anni dall'omicidio di Stato di Giulio e il caso dell'intitolazione delle vie nell'attesa dell'accertamento della giustizia

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Memoria, giustizia e toponomastica: il caso Giulio Regeni a dieci anni dalla scomparsa Il decennale del sequestro e dell'omicidio di Stato di Giulio Regeni rappresenta un tragico spartiacque temporale. Dieci anni costituiscono un tempo sufficientemente lungo per storicizzare un evento, ma dolorosamente insufficiente a lenire una ferita ancora aperta. Nonostante un contesto geopolitico globale sempre più frammentato e complesso, il percorso giudiziario si trova oggi a un punto di svolta: l'evidenza dei fatti emersi finora sfida apertamente i tentativi di insabbiamento e la retorica della post-verità. Il nodo politico e giudiziario Sotto il profilo analitico, i funzionari egiziani imputati nel processo non vanno considerati come elementi isolati, bensì come l'espressione strutturale degli apparati di sicurezza della dittatura di Al-Sisi. In quest'ottica, l'attesa sentenza italiana assume un duplice valore: Penale: accertare le responsabilità individuali dei soggetti ...

Il Grande Pasticcio: La Norimberga che l'Italia non ebbe mai

Noi siamo abituati a pensare al dopoguerra come a un momento di grande chiarezza morale. La democrazia che vince, il fascismo che scompare. La realtà è che l'Italia quel conto con la storia non lo ha mai chiuso davvero. Mentre in Germania a Norimberga si montavano i tribunali e si facevano i processi seri, da noi è successo l'esatto contrario. È stato messo in piedi un colossale, collettivo, nazionalissimo "volemose bene". I numeri sono impressionanti, Parliamo inizialmente di più di quattrocento criminali di guerra come emerge dagli atti ufficiali. Gente che aveva fatto cose orribili in Jugoslavia, in Albania, in Russia. E invece? Invece finisce che alla sbarra, in quegli anni frenetici, ci finiscono più partigiani che gerarchi fascisti. Un paradosso che a noi oggi sembra follia, ma che all'epoca era il frutto di una strategia politica lucidissima. Perché non è che si fossero dimenticati di questi quattrocento. Le richieste di estradizione arrivavano, eccome! La Jugoslavia di Tito premeva, i Sovietici ringhiavano, gli Alleati chiedevano conto. Ma nei palazzi del potere, al Ministero degli Esteri, nel 1946, si ragiona in un altro modo.  Si gioca d'astuzia. Si inventa la tattica del rinvio. La parola d'ordine è: "Dobbiamo processarli noi". Ma non perché ci sia una gran voglia di far giustizia. L'obiettivo è toglierli dalle grinfie dei tribunali stranieri. C’è un documento fantastico – drammatico, ma fantastico per come mette a nudo la natura politica di quel tempo– che è una lettera dell’ambasciatore italiano a Mosca. Lui scrive ai suoi superiori e, con una franchezza che quasi lascia sbalorditi, spiega come andrà a finire "Sentite," dice in sostanza l'ambasciatore, "conviene che li processiamo in Italia. Perché un tribunale italiano, alla fine, sarà sempre un po’ più tollerante. Magari gli diamo qualche anno di reclusione, così mettiamo a tacere l'opinione pubblica internazionale, e poi... e poi fra qualche anno, quando le acque si saranno calmate, facciamo un’amnistia. Un bell'atto di clemenza fatto alla chetichella" Perché, l'alternativa era la forca in Jugoslavia o in Unione Sovietica. A Belgrado o a Tirana non sarebbero andati tanto per il sottile e l'ambasciatore lo scrive chiaramente "il tribunale jugoslavo, albanese o russo, distribuirà loro con grande generosità la forca". E sappiamo poi tutti come è andata a finire. Una pagina di storia che resta lì, indelebile, a ricordarci che tra la verità storica e la convenienza politica, in Italia, ha quasi sempre vinto la seconda ed è così sotto questo timbro d'ingiustizia storica, clamorosa, che è iniziata la storia della Repubblica italiana. 


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