Nel 2026, 80 anni dalla strage di Vergarolla, come per la strategia della tensione, senza verità, anche se non si era più in Italia

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  Ancora oggi non c'è una lapide istituzionale che ricordi a dovere le vittime della strage di Vergarolla di cui non si conosce il numero esatto dei morti, 64 furono  le vittime identificate. Quanto accaduto il 18 agosto del 1946 ha lasciato il segno indelebile nella storia delle complesse vicende del confine orientale spesso strumentalizzate per revisionismi storici, nazionalismi nostalgici, che nulla c'entrano con la verità e la giustizia negata alle vittime di quel fatto drammatico. Come accaduto durante lo stragismo neofascista durante la strategia della tensione, praticamente non vi è stata alcuna verità, nessuna inchiesta degna di nota. Solo supposizioni, teorie, ipotesi, spesso istanze degne di ultras più che di seguaci della verità. Quel fatto tragico è stato chiaramente utilizzato dalla retorica revisionista per le proprie battaglie ideologiche anticomuniste e contro la Jugoslavia comunista di Tito. Quando accadde quel fatto, Pola, era una zona enclave all'interno ...

Praga 2010: la primavera nucleare

La grancassa mediatica è impegnata da settimane a descrivere il “gran passo” che Barak Obama farà nella capitale della Repubblica Ceca, dove insieme al collega russo firmerà il nuovo Trattato Start, all’insegna di una cosiddetta “lotta alla proliferazione nucleare”.
Se solo volessimo commentare i numeri della riduzione proposta non ci sarebbe certo da stare tranquilli: le “residue” scorte di bombe e missili in dotazione ai due Stati potrebbero distruggere alcune decine di volte il nostro pianeta. 1.550 testate nucleari strategiche a testa!
Entrando nel merito del nuovo trattato l’impressione netta è quella di un’ennesima operazione di maquillage dell’Amministrazione statunitense. L’era Obama, più che da quest’accordo, sarà probabilmente ricordata come quella della simulazione e degli ossimori. Nobel per la pace docet.

L’arsenale nucleare della guerra fredda non si tocca.
Le centinaia di bombe nucleari presenti in Italia, Germania, Belgio, Olanda e Turchia non saranno oggetto di discussione. La vicenda andrà discussa nell’ambito della NATO, che notoriamente non è un organismo propriamente democratico, a causa del predominio del Pentagono in ogni suo ambito decisionale.

Lo scudo antimissilistico in Europa centro meridionale procede, nonostante il “niet” russo.
Il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha imposto l’inserimento di una clausola di ritiro unilaterale della Russia dal Trattato di Praga nell’eventualità del rafforzamento missilistico USA in Europa centro meridionale. Solo a febbraio scorso le diplomazie bulgare e rumene dichiaravano di essere in contatto con Washington per dispiegare entro il 2015 rampe antimissile dell’esercito statunitense.

Si salvano solo cyber terroristi e….Israele
Abolita la ridicola minaccia dell’amministrazione Bush di bombardare entità territoriali dalle quali potrebbero partire attacchi di feroci haker, tutto il resto del mondo è passibile d’attacco nucleare preventivo, in primis i famosi “paesi canaglia”: Iran e Corea del Nord.
Degli alleati di Obama non si parla, tantomeno si toccano. Eclatante il caso di Israele, paese il quale, pur non avendo mai sottoscritto un solo Trattato di non proliferazione, possiede centinaia di testate nucleari.

S’investe su qualità e conservazione del rimanente magazzino di morte.
Nel trattato praghese non si parla di limiti al potenziamento qualitativo delle forze nucleari, per il quale il vice di Obama, Joseph Biden ha promesso ai responsabili dei laboratori nucleari del Pentagono un prossimo investimento di ben 5 miliardi di dollari.

Le primavere di Praga continuano a lasciare l’amaro in bocca.
Quella del 1968 auspicava una libertà senza aggettivi, sostanziatasi poi nella libertà dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Quella del 2010 auspica un falso disarmo ad uso e consumo di una potenza in declino, al probabile scopo di scaricare le responsabilità del suo fallimento sull’avversario di sempre, la Russia.

Superata l’ennesima ubriacatura elettorale - durante la quale neppure nelle Regioni interessate dalla presenza di basi militari USA/NATO i programmi dei partiti parlavano di lotta contro la guerra - ci auspichiamo che l’agenda politica dei movimenti si riempia di nuovo di parole d’ordine ed obiettivi antimilitaristi.

In una fase di crisi economica gravissima si distolgono sfacciatamente fondi pubblici dalle spese sociali per coprire le occupazioni militari e foraggiare le industrie di armi.
Per rendere aderente alla realtà la parola d’ordine “Noi la crisi non la paghiamo” occorre abbinarla a “Noi la guerra non la paghiamo”!

La Rete nazionale Disarmiamoli

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