Il Narodni Dom di Trieste è il simbolo delle persecuzioni contro gli sloveni. Una storia che non si mette in discussione

Camera del Regno d'Italia, 21 luglio del 1920, prenderà la parola un certo Barberis il quale dichiarerà che “ (...) Pochi giorni fa mi trovavo a Trieste, che è una città tranquillissima. Parto di notte e apprendo poi che sono successi i fatti che tutti abbiamo letto sui giornali: la distruzione di parecchi edifìci bancari, l'assalto alla tipografìa del giornale socialista locale e il tentativo di invasione di parecchi alberghi. Queste sono le gesta dei nazionalisti teppisti. E questi fatti di Trieste si ripetono ora a Roma per opera dei nazionalisti della marcia del 1915, che volevano attentare anche alla vita di colui, che oggi hanno richiamato al Governo; essi che lo avevano condannato a morte e lo avevano minacciato. Noi vediamo in tutto questo una preparazione.(...)". 
Questo è l’unico intervento che si registrerà alla Camera nell’immediatezza dei fatti violenti che porteranno all’incendio del Narodni Dom di Trieste. Il cui assalto sarà l’atto con cui si perfezionerà l’odio etnico contro gli “slavi” e gli sloveni nello specifico. L’intervento della Camera, sicuramente significativa testimonianza e per nulla scontata in quel periodo, erra nel ridimensionare quel vile gesto a semplice opera di nazionalisti teppisti e ricondurre il tutto a questioni di scontro di classe. Non si comprenderà effettivamente quello che si stava realizzando nella Venezia Giulia. Uno dei personaggi simboli di quel 13 luglio del 1920 sarà sicuramente Francesco Giunta, il capo dei fascisti triestini, notoriamente famoso per il suo "amore" verso gli "slavi". L’assalto del 13 luglio, che verrà replicato a Pola e poi sei anni dopo, nel giorno della vittoria ed al grido di “viva l’Italia”, nella vicina Gorizia assalendo il Trgovski Dom, è da inquadrare nel contesto di azioni mirate contro gli sloveni per ragioni "razziali". Ogni pretesto sarebbe stato quello giusto per scatenare quell’odio che porterà al tentativo, in parte realizzato, di bonifica etnica contro gli sloveni in una terra che ha avuto da sempre le sue radici non solo nella cultura latina ma anche slava cosa che ancora oggi si tende a mettere in modo tanto ridicolo quanto pericoloso in discussione. Certi episodi caratterizzati dall’assenza di riscontri degni di nota, caratterizzarti dalla contraddittorietà e reticenza, possono essere stati facilitati ad arte o meno, poco importa. 

Nulla potrà mutare il vero senso di quanto accaduto in quel 13 luglio del 1920 con l’assalto nazionalista e con quel fascismo di confine che è stato il più violento di tutti contro il Narodni Dom diventato simbolo delle persecuzioni subite dagli sloveni.  Una storia che non conosce versione degli "slavi" o dei "latini" ma una sola quella che non si mette in discussione e che non necessita di alcuna traduzione. Il Narodni Dom, come si legge nella targa bilingue apposta all'esterno dell'edificio "costruito su disegno dell'architetto Max Fabiani, centro della vita culturale ed economica slovena di Trieste, incendiato dall'intolleranza nazionalistica il 13 luglio del 1920. Rivive nella coscienza di una nuova comune casa europea".
Certo, è anche vero che i tempi sono effettivamente maturi per l'affermazione di nazionalismi radicali con cui dovremo fare i conti, ma andranno alzate delle barricate "storiche" e culturali per contrastare ogni tentativo di revisionismo che possa minare quella verità storica che crea un gran fastidio ad un nazionalismo di un Paese come il nostro che non si è mai assunto le sue responsabilità storiche per un passato ancora vivo nei suoi connotati essenziali.

Marco Barone

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