Il futuro della Calabria riparte dalle grotte di Zungri


La bellezza della Calabria è un dono della natura, da un lato e dall'altro a quell'ingegno di chi ha abitato nel corso dei secoli questa complessa terra che ha dato il nome all'Italia. Un periodo che vede la presenza dell'essere umano dal Paleolitico per poi attraversare il periodo italico, greco, romano, bizantino, normanno, angioino e aragonese, spagnolo, dei Borbone, passando dalla Repubblica partenopea fino al Risorgimento con cui inizierà il declino di questa terra, dove inizia il Continente per la Sicilia. Miti e leggende, tradizioni e mescolanze di culture, segnata soprattutto dalla sua appartenenza alla Magna Grecia, di cui ne era il cuore, vitale, al suo forte credo religioso che ha impresso in modo impattante anche le sorti della Calabria.

Una regione oggi in piena sofferenza, in profonda crisi, con una emigrazione costante, con un degrado sociale sconcertante, con la piega della 'ndrangheta incontrastata, con la sua storia e bellezza violentata. Però, c'è chi resiste, chi ha deciso di rimanere, di non volersi piegare a questo degrado dilagante. La Calabria è una terra che potrebbe guardare al modello croato, ad esempio. Con cui condivide diverse analogie e problematicità. 
Vivere e convivere solo di turismo, recuperando l'immenso patrimonio che possiede, valorizzandolo e potendo diventare una delle regioni più ricche d'Europa. E riparte da lontano il futuro della Calabria. In un dimenticato, per anni, insediamento rupestre, a poche miglia dalla costa degli dei, in una vallata che domina il mare ed il promontorio, sentinella del Tirreno, in un paese sconosciuto forse anche ai calabresi, eppure ora qualcosa si smuove. Senza dimenticare il museo che potrebbe aspirare a diventare un museo delle tradizioni di quella fetta di territorio.
Vennero per lungo tempo usate anche dai pastori del luogo, ci pascolavano gli animali, venivano allevate le api, offrì protezione alla popolazione durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale ed oggi sognano di diventare patrimonio tutelato dall'Unesco. Sono centinaia le grotte lì realizzate, ne sono state recuperate una percentuale importante ma irrisoria rispetto a quelle ancora nascoste dalla vegetazione. Il villaggio rupestre di Zungri, noto come insediamento o grotte di Zungri grazie alla tenacia e alla costanza di poche persone e sopratutto donne, di un Comune che ha capito che aveva a portata di mano una miniera d'oro, è ritornato in vita.

Ed è ora una importante attrazione turistica calabrese.
Il paesaggio è pressoché incontaminato, la natura ti abbraccia in modo emozionante, tra fossili di un tempo e segni religiosi della cristianità, si è all'interno di un luogo che sembra un presepe sopravvissuto a epoche e devastazioni, un luogo che attende ancora di essere pienamente studiato, perchè può continuare a riservare delle sorprese importanti.

La datazione pare collocarla tra il periodo bizantino ed un periodo medievale, ma non è da escludere che possa essere anche precedente, perchè quella collocazione non è stata scelta casualmente, potevano ben esservi altri pregressi insediamenti abitativi in quella piccola fortezza naturale.


In Calabria di zone da valorizzare ve ne sono una infinità. Di beni degradati ed abbandonati che il mondo ci invidia sono altrettanto una infinità. Una vergogna indicibile. 

Da questo piccolo paese della provincia di Vibo qualcosa  di significativo si è mosso.
La speranza del cambiamento c'è. Solo i calabresi possono ribaltare la situazione in Calabria e le grotte di Zungri ne sono la prova evidente.
Marco Barone


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