Se un giorno non lontano dovesse a Monfalcone "sbaraccare" il cantiere navale



La storia non la si scrive con i se e non la si fa con i se. Ma i se nella società di oggi, più che mai, sono fondamentali, perchè nell'ambito di una globalizzazione selvaggia di certezze non ve ne sono.

Il caso Eaton ha fatto tremendamente scuola. Non è stata la prima azienda a chiudere in un territorio depresso e difficile come l'area dell'Isontino, nonostante le potenzialità che avrebbe per la sua collocazione geografica, che a causa di vicende storiche ottocentesche pare essere stata alla fine dei conti più una penalizzazione che una virtù.

Si chiude e si apre, si sposta la produzione lì ove il "costo del lavoro" è minore ed i profitti possono diventare più consistenti. In tale società ad alta competizione il sistema è cinico, non perdona. Tanti saluti, grazie ed arrivederci o meglio addio. Chi lo avrebbe detto che la FIAT che ha fatto la storia della classe operaia italiana sarebbe diventata ciò che oggi è? Eppure è successo nel giro di un niente. Quando un territorio dipende totalmente da un sito produttivo, ne diventa se non schiavo succube, e questo sito ne decide vita e morte e miracoli come si suol dire. E quando questo sito produttivo decide di andare lì ove soffia il vento dell'opportunismo, va e nessuno potrà fermarlo. Monfalcone è la città dei cantieri nel senso che è appartiene proprio a cantieri, dalla forma alla sostanza. 
 
La storia di questo cantiere navale è nota, ha attraversato periodi complessi, per stravolgere il suo essere di Monfalcone e diventare il suo essere globale, multinazionale, che opera in più parti del mondo. Sono sempre di più le voci che circolano in Bisiacaria primo triestino e basso Friuli che fanno previsioni degne della miglior o peggior Cassandra. Tra dieci anni, si ripete, e si sente in modo sempre più rumoroso, non ci sarà più il cantiere. 
 
Le commesse arrivano all'azienda e non a Monfalcone che apparterrebbe in teoria in gran parte allo Stato, tramite circuiti vari, ma il mercato vuole navi sempre più grandi si dice, a Monfalcone non si investe, si ripete, ed il territorio rimarrà con un blocco enorme da bonificare, una storia spezzata e decine di migliaia di famiglie in stato di povertà, tra diretti, appalti, sub-appalti ed indotto e le valigie pronte per emigrare verso nuove terre. Questo è il quadro che si prospetta a Monfalcone? O si tratta di paure inconsistenti, timori totalmente infondati, giustificati dalla precarietà esistenziale diventata la regola nella società di oggi? Monfalcone che non è mai riuscita né come città né l'intero mandamento a definire una propria progettualità esistenziale autonoma ed indipendente dal cantiere navale?
 
E' il caso di iniziarne a parlare seriamente, per evitare di arrivare un giorno, forse non lontano, impreparati a quel disastro che è interesse di tutti che non abbia mai luogo, perchè se dovesse a Monfalcone "sbaracarre" il cantiere navale sarebbe la tempesta perfetta in un Territorio che ha smarrito la sua identità, la sua storia, il suo essere comunità e fragile come un castello di argilla.

Marco Barone

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