La marcia silenziosa dei cantierini di Monfalcone


Fuori ci sono otto gradi sotto zero. Sono le 5.30 di mattina. La bora non soffia, una bora che si abbatte anche qui in Bisiacaria e su Monfalcone, ma in questa mattinata di pieno inverno la bora ha deciso di risparmiare i cantierini di Monfalcone. 
Un cantiere navale storico, nato sotto l'Impero Austro-Ungarico a cui deve tutte le grazie e la sua forza, fondato da una famiglia di Lussino a cui a Monfalcone sono state dedicate vie, i Cosulich, che riuscirono a mantenere integro il proprio cognome contro i processi di italianizzazione forzata che si scagliarono contro la quasi totalità dei cittadini di queste zone che avevano cognome slavo o "austriacante" per poi attraversare diverse peripezie ed arrivare al presente che vede la Fincantieri essere presente in più Paesi del mondo, dall'Europa agli Emirati Arabi all'India all'America del Sud e del Nord, con oltre 20 mila maestranze dipendenti di cui circa 7000 in Italia. Oltre 7000 le navi costruite in 200 anni di storia della marineria. Quando pensi al cantiere navale tre sono di norma le cose che si ricordano e che ne hanno segnato nel bene o nel male la sua esistenza, le camionette che partivano con i fascisti pronti a bastonare gli operai ed i comunisti, le tute blu in marcia che a Selz di Ronchi formeranno subito dopo l'armistizio del '43 la prima formazione partigiana armata d'Italia insieme agli sloveni e l'amianto, che ha comportato una vera strage.
Tra ciò si inseriscono poi le lotte operaie, gli scioperi storici che gli operai di un tempo raccontano con orgoglio, quell'orgoglio della vecchia classe operaia che oggi se esiste non si sa più che cosa in realtà sia e sicuramente non sta andando in paradiso.
Ed ovviamente i colossi, le navi, le navi bianche enormi realizzate qui, con sudore e fatica a Monfalcone. C'erano una volta i cantierini si dice, ma esistono ancora, ci sono. Non sono invisibili. Ma sono frammentati. Tante componenti di un solo puzzle.  Il cantiere navale di Monfalcone è il padrone di Monfalcone e di tutto il mandamento, ne condiziona e determina respiro e battito di cuore e modo di vestirsi, il suo divenire una sorta di multinazionale all'interno di una globalizzazione selvaggia e di una Europa che ha tutelato solo i profitti di pochi e non i diritti dei lavoratori ha prodotto riflessi sociali devastanti anche in un territorio che cerca disperatamente la retta via da percorrere per vivere con dignità e non più sopravvivere. 
Sono le 5.30 di mattina. Li vedi arrivare. Chi con il caschetto blu, chi con la tuta da lavoro, chi si cambierà all'interno del cantiere. Camminano in fila, una sorta di ordine prestabilito ma non studiato a tavolino. Sono silenziosi. Non parlano. Niente. Un silenzio più rumoroso delle martellate per battere il ferro bollente. Testa chinata verso il basso, chi da l'ultimo tiro alla sigaretta, chi scende di corsa dal furgoncino che trasporta diversi operai, chi parcheggia la propria bicicletta. Una marcia silenziosa dei cantierini. Volto incazzato, più di qualcuno invocherà lo sciopero, ma ci sarà anche chi invece lo sciopero lo teme perchè non può permettersi di perdere la giornata di lavoro, e poi si supera il varco, i tornelli, con le guardie giurate che controllano che il tutto fili liscio, scorra in ordine, come perfettamente in ordine sono le loro divise. Una pluralità di soggettività, qui, in questa marcia silenziosa, c'è il mondo intero, sono operai, sono cantierini, uomini e donne, giovani e chi dovrebbe forse essere già in pensione invece è ancora lì a lavorare, provenienti da tutto il mondo, Est, Ovest, Nord e Sud si ritrovano nella rosa dei venti di Monfalcone, la porta del cantiere.


Marco Barone 

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