Fu Moro, fu moro, fu...moro



La mossa del Cavallo di Andrea Camilleri, oramai considerato un classico, ha avuto un successo strepitoso in televisione. E' emersa tutta la complessità della Sicilia, ambientato nella Sicilia post unità, fatta l'Italia ma senza gli italiani, perchè ogni terra aveva ed ancora oggi ha una sua radice una specificità che potrai comprendere solo immedesimandoti e parlando o conoscendo le sfumature di quella lingua, o dei vari dialetti. La genialità di Camilleri, uno degli ultimi cantastorie viventi che hanno attraversato due millenni e due secoli, in una terra dove le storie si raccontano, mitizzano dal vino di Vittoria che porterà all'ubriachezza di Polifemo da parte di Nessuno, all'impresa violenta dei Mille di quel Garibaldi che il Sud ha dovuto subire, per arrivare a quel moro che potrà essere ora verbo, ora aggettivo ora un nome identificativo di una persona la cui diversa interpretazione nell'enfasi della Sicilia come ben rappresentata tra i grandi come Verga, potrà determinare la vita o la morte dell'individuo. Fu Moro, fu moro, fu...moro. Il prete ucciso che sull'atto di morire pronunciò queste due parole, due parole che ora potevano identificare il vero colpevole di quello che sarà il suo  omicidio, ora un banale indizio riconducendo al colore della pelle dell'attentatore alla sua vita, ora semplicemente un senso di pietà per l'atto della morte che lo dominava violentemente. D'altronde la genialità dei siciliani è sempre stata profonda, ricordo quando venne raccontata una storia, molto banale, e la prospettiva poteva cambiare in modo diverso l'intero quadro. Un fedele mentre fumava chiedeva ad un prete se poteva pregare, ed il prete acconsentì senza alcun problema. Ma quando un secondo fedele chiese allo stesso prete se mentre pregava poteva fumare, accendersi una sigaretta, il prete lo rimproverò con tenacia perchè mentre si prega non si fuma, ma quando si fuma però si può pregare...

Marco Barone

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