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Trieste non si può permettere di non accogliere i richiedenti asilo


A quanto pare su Trieste si deve iniziare a ragionare così come si è ragionato, ultimamente, sulla triste ed indegna questione di Gorizia, in merito alle politiche di non accoglienza che hanno riguardato i richiedenti asilo "fuori convenzione". Così come Gorizia non non è un "porto" di arrivo per i profughi, come lo sono, invece, città come Vibo Valentia, Palermo, e tante altre del Sud dove da mesi giungono migliaia di profughi per essere poi collocati in altre e diverse località, anche Trieste non può essere considerata,ad oggi, come un porto, ma come luogo destinato all'accoglienza.

 E' vero che il piano dell'accoglienza diffusa è letteralmente fallito in regione, perché la maggior parte dei Comuni, siano essi amministrati dalla sinistra che dalla destra, non hanno fatto un solo passo verso la direzione dell'accoglienza. Ma è altrettanto vero che sussistono obblighi giuridici che devono essere ricordati. Vi sono Trattati dell'Unione Europea, Direttive, ma anche  principi della nostra Costituzione oltre che Leggi ordinarie. L'ultimo atto normativo di riferimento è il DLGS 18 agosto 2015 n 142 che è attua la direttiva 2013/33/UE recante norme relative all'accoglienza dei richiedenti protezione internazionale, nonché della direttiva 2013/32/UE, recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale. 
Come prima cosa si evince che il sistema di accoglienza per richiedenti protezione internazionale si basa sulla leale collaborazione tra i livelli di governo interessati, che prevede un Tavolo di coordinamento nazionale insediato presso il Ministero dell'interno e le cui linee di indirizzo dovranno essere attuate da un tavolo di coordinamento regionale. Dunque si parla di leale collaborazione tra i livelli di governo interessati. In Friuli Venezia Giulia a quanto pare questa leale collaborazione è stata a dir poco una mera astrazione, in violazione della Legge e può interessare diverse soggettività a livello di governo territoriale.  Senza dimenticare la legislazione nazionale (L. 328/2000) e regionale (LR 6/2006), che assegna ai Comuni compiti di programmazione ed organizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali, necessari a garantire alle persone, anche se temporaneamente presenti sul territorio, diritti di cittadinanza sociale, qualità di vita, pari opportunità, non discriminazione, che possano ridurre le condizioni di bisogno e/o disagio individuale e familiare, di esclusione ed emarginazione, causate da difficoltà sociali, relazionali, socio-economiche. Il sospetto, che oramai è lungi dall'essere un mero sospetto, sempre più diffuso è che dietro la non volontà di accogliere, e la volontà di respingere ed allontanare, vi sia solo una pregiudiziale dai connotati ben chiari.

Se i profughi fossero stati Occidentali, europei, e tutti cattolici, come ci si sarebbe comportati? 
Si sarebbero invocati numeri, paletti, e burocrazia, per respingerli? Le organizzazioni che li avrebbero accolti sarebbero state attaccate come accade oggi?

Nelle grandi città europee l'integrazione, la società multiculturale è l'assoluta normalità. E' la normalità vedere convivere persone di religione diversa, laiche, di cultura diversa, di provenienza territoriale opposta e diversa. La forza della democrazia reale risiede nello spirito e nell'animo dell'integrazione, della condivisione, dell'accoglienza, della solidarietà umana, e non nella ripulsione di esseri umani.

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