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Dopo la morte di Giulio Regeni, la maledetta speculazione mediatica del dolore






Basta. Semplicemente basta. Una madre ed un padre hanno perso un figlio. Una sorella ha perso un fratello. Una comunità ha perso un suo componente, giovane, idealista. La stampa, degna di nota, dovrebbe occuparsi di una sola cosa. Indagare perché la verità venga a galla. Indagare sul perché Giulio è stato scelto come bersaglio. Indagare sul perché la morte è avvenuta e comunicata nel giorno del summit con alcuni esponenti italiani in Egitto. Indagare sul chi è il mandante, sul chi è il carnefice. Indagare sulla sua uccisione. Senza far correre tempo, per evitare, come già avevo denunciato sin dalle prime battute, che si ripetesse un nuovo caso Alpi/ Hrovatin. Dopo due giorni, insoliti, perché è insolito che una vicenda del genere, conoscendo la stampa italiana, sia da prima pagina in via continuativa, e giustamente lo è stata, ora, come da canone ordinario, scivola nella scaletta dell'attenzione mediatica verso il basso. Tra speculazioni, vigliacche, tra i grandi pensatori che pensano(?) di aver capito tutto, tra infamate, accuse senza prove ed indizi, ora, per l'ennesima volta, si specula sul dolore. Cosa dovrebbe fare una madre? Gioire per la morte del proprio figlio? Abbiate rispetto della vostra etica, se ne avete una, lasciate che il dolore sia personale, abbassate quelle telecamere, chiudete gli obiettivi delle macchine fotografie, spegnete i vostri flash. Per una volta, dico e scrivo, abbiate rispetto. Perché il tutto che state immortalando e divulgando e rappresentando e mediatizzando è una roba semplicemente orribile.

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