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Ripristiniamo la storica via Trieste di Ronchi cancellando via D'Annunzio


Via Trieste, un vialone che indirizza verso Trieste, attraversando ovviamente la vicina Monfalcone, superando il non voluto monumento ai legionari ed a D'Annunzio, dal Comune di Ronchi, semplicemente perché ritenuto, giustamente, come esaltazione di una marcia fascista. Così ancora oggi è ricordata l'attuale via D'Annunzio, denominazione avvenuta per omaggiare quell'uomo, perché in una di quelle case D'Annunzio venne ospitato per poi marciare verso Fiume, occupare la città che verrà consegnata, chiavi in mano, al fascismo nel 1924 sancendo, sin dalla sua prima occupazione italiana, il  declino fiumano.  
Nell'attesa di rimuovere il suffisso dei legionari, per le principali ragioni come notoriamente esposte in questo post e nel libro Ronchi dei Partigiani in uscita a fine agosto 2015, è il caso di riproporre a Ronchi la sua vecchia e storica via, eliminando quella via D'Annunzio, che stona con la storia e l'identità di Ronchi, senza dimenticare che Ronchi fino al '47 rientrava sotto la provincia di Trieste ed il legame tra Ronchi e Trieste è sempre stato vivace ed intenso. E poi, nel corso di questo centenario della grande macelleria umana, sarebbe un bel gesto, un gesto finalizzato anche a deprecare e condannare tramite la forma il principale megafono della grande guerra, colui che ha esaltato la grande guerra, colui che ha invocato, evocato la grande guerra, colui che definirà  «Imboscati d’oltralpe», «sventurati e svergognati» che hanno «peccato contro la patria» i soldati italiani prigionieri. Ovvero, D'Annunzio.  Colui che avrà anche il coraggio di scrivere “Ci fu una volta un re che non decimava i suoi secondo il costume romano ma faceva uccidere tutti quelli che nella statura non arrivassero all’elsa della sua grande spada. Di mezza statura voi siete, uomini di aratro, uomini di falce. Ma che importa? Tutti non dobbiamo oggi arrivare con l’animo all’elsa della spada d’Italia? Il Dio d’Italia vi riarma, e vi guarda” mentre i soldati della Brigata Catanzaro, composta prevalentemente da Calabresi, Siciliani, Campani, lo guardavano in faccia prima di essere fucilati per essersi rifiutati di ritornare al fronte e morire. Si ribellarono cercando di attaccare il luogo ove soggiornava D'Annunzio, ritenuto il simbolo della grande guerra, il simbolo delle loro sventure, dei loro drammi. Non lo trovarono. Trovarono invece la morte per fucilazione, con la beffa di dover guardare in faccia, e chissà cosa pensavano in quel momento, quell'uomo che in Italia dovrebbe essere solo criticato, condannato, e non osannato. Eppure D'Annunzio, con il potere e l'influenza che aveva, avrebbe potuto anche salvarli dalla fucilazione. Ma non le fece. Dedicò loro dei versi, come succintamente in precedenza indicati, ennesimo insulto verso la Brigata Catanzaro. Senza poi dimenticare i rapporti tra D'Annunzio e Ronchi. Infatti, a Ronchi ci fu la fila, la corsa, per collocare la targa a ricordo del luogo ove il “Comandante”, così amava farsi chiamare il guerrafondaio D'Annunzio, dimorò per qualche ora prima di partire per occupare Fiume. Già. Nessun cittadino di Ronchi, anche in questo caso, si rese disponibile, ma fu il fascistissimo Giunta, rappresentante di D'Annunzio a Trieste, ad adoperarsi personalmente per quella collocazione. Per non parlare della questione del monumento a D'Annunzio, ripudiato da Ronchi, o del fatto che nessun cittadino di Ronchi partì volontario per l'occupazione della città di Fiume.

Marco Barone
aggiornamento:
sul Piccolo del 21 luglio 2015


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