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Referendum per abrogare la cattiva scuola, si è partiti con il piede sbagliato



Ero stato uno dei primi, in rete, quando ancora si parlava di “buona scuola” nel mese di maggio 2015, a lanciare la possibilità di un referendum abrogativo per la nota riforma della cattiva scuola, o nuova scuola, o scuola azienda, ma non certamente buona scuola. Il Referendum abrogativo è uno strumento delicato, impegnativo, ma anche, a volte, che fomenta immense illusioni. 
Penso alla vicenda dell'acqua pubblica, vicenda che insegna molto che tipo di democrazia ci sia in Italia, praticamente l'esito del referendum è stato raggirato o nulla è mutato, nonostante il 54% degli elettori abbia votato contro la privatizzazione dell'acqua pubblica. Neanche il tempo di vedere approvata la riforma, che già alcuni quesiti referendari erano praticamente pronti. Quale percorso unitario? Inesistente. Poi, altre realtà si mobilitano per proporre diversi quesiti referendari, tra chi vuole l'abrogazione di tutta la legge come approvata a luglio 2015 e chi solo alcune voci. Ora, a parte il fatto che pare evidente che tutta la legge non può essere abrogata, poiché vi sono delle voci che interessano direttamente il Bilancio dello Stato, è altrettanto evidente che vi sono alcune voci che non devono essere abrogate, come quelle che hanno introdotto, in via obbligatoria, nei POF, il contrasto, nelle nostre scuole pubbliche, all'omofobia, con azioni obbligatorie per tutte le scuole e tutti gli studenti di prevenzione ed educazione in tal senso. No, non ci siamo proprio. Anche perché, una volta che si decide di procedere con uno strumento così impegnativo e complesso, che riguarda un settore articolato come quello della scuola, i quesiti andrebbero estesi anche ad altri pregressi provvedimenti legislativi, come quelli che hanno ammazzato la contrattazione integrativa nelle scuole, come quelli che hanno ampliato il potere dei dirigenti scolastici in materia di provvedimenti disciplinari, giusto per fare alcuni esempi, ma dovrebbe essere l'occasione anche per collegare la questione scuola a quella più generale del mondo del lavoro, penso alla riforma, o meglio distruzione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che nel bene o nel male riguarda non solo i lavoratori privati ma anche quelli pubblici, stante la privatizzazione del rapporto di lavoro del pubblico impiego. Solo un processo unitario, coltivato con pazienza, e senza fretta alcuna, potrà avere successo, pur ben tenendo in mente quanto accaduto per la questione dell'acqua pubblica. Però in Italia, ognuno deve ritagliarsi un proprio spazio, per cercare visibilità politica, solo che questa visibilità politica rischia di accecare, per sempre, uno strumento democratico fondamentale, se continua ad essere gestito così come ora accade. Insomma fermatevi, non abbiate fretta, perché la scuola non è di nessun partito politico, e non deve essere terreno di consenso politico,  ma un bene comune costituzionale da difendere, e qui siamo in una situazione emergenziale che va gestita sì in via emergenziale ma in modo assolutamente unitario, con sapienza e senza fretta alcuna. 

nota: pubblicato per Tecnica della Scuola 



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