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Se la riforma della scuola avverrà ancora a colpi di decreti

Certo, è vero, la principale fonte giuridica nell'ambito scolastico, il così detto testo unico della scuola, è un decreto legislativo, così come lo è quello che opera nell'ambito più generale del pubblico impiego.  Ma tante volte si è detto che questa volta sarebbe stato diverso, un verso diverso, una direzione diversa, magari per raggiungere lo stesso scopo, che poi è quello che si coltiva dalla fine degli anni '90, l'aziendalizzazione della scuola, con i concetti chiave, quali meritocrazia, competizione, concorrenza. Può una consultazione virtuale, di un paio di mesi, essere considerata come rivoluzionaria? No, non lo è, anche perché non è la prima volta che nel sistema Italia si ricorre ad un simile strumento che alla fine dei conti altro mezzo non è, in questo caso, che una forma di legittimazione della riforma decantata della scuola che troverà presto luogo. Legittimazione spendibile come propaganda anche elettorale. Luogo tramite strumenti che lasciano pochi margini d'intervento, di dibattito, luogo che lascia ben intendere come il tutto fosse già pronto in qualche cassetto, magari limato in qualche punto, per dimostrare che l'ascolto è avvenuto, ma pur pronto per essere sfornato tramite strumenti che dovrebbero essere d'emergenza, straordinari, rari, quali i decreti legge od i decreti legislativi. Quando una riforma la si scrive a colpi di decreti ciò altro significato non ha che una mera evidenza e dimostrazione della debolezza ed insussistenza della democrazia parlamentare e l'affermazione del centrismo governativo. Non deve stupire il tutto, rientra nella normale logica delle cose, del fare. I governi del fare, fanno e faranno, ma ogni fare non sempre risponde alle vere esigenze del basso, quel basso che è la voce di chi lavora ogni giorno, per esempio, nella scuola, che vive la scuola direttamente od indirettamente. Insomma riformare la scuola a colpi di decreti non è né innovativo, né straordinario,  rivoluzionario ma semplicemente consuetudine tipica di una politica che simula l'ascolto per imporre schemi e regole volute da pochi ma che colpiranno ed interesseranno molti. Pratica vecchia e per nulla rottamata. Una riforma che voglia coinvolgere realmente l'intero Paese, non può liquidare la consultazione in due mesi, con un rapporto sintetico e nozionistico e con tutte le lacune già note, non può essere scritta a colpi di decreti, non può avvenire in poco tempo, ma occorrono anni, anni di lavoro, ma il ritmo dettato dal fare va oltre e ciò è fatto notorio e le conseguenze, spesso, le si comprenderanno solo a cose avvenute.

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