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L'eccidio di Villesse del 1915 e l'omertà del Regno d'Italia


In questi giorni sul sito della Camera è stata pubblicata una proposta di legge con la quale dopo cent'anni si vogliono restituire gli onori militari, tramite la riabilitazione, ai soldati italiani condannati a morte da parte dell'esercito italiano. Nella proposta di legge emerge che “i soldati processati durante il conflitto furono 262.481, a cui si aggiunsero 61.927 civili e 1.119 prigionieri di guerra. Nell'insieme  furono processate 325.527 persone; la percentuale di condanne si aggira intorno al 60 per cento del numero degli imputati. In questa moltitudine di procedimenti, 4.028 si conclusero con la condanna alla pena capitale, di cui 2.967 con gli imputati contumaci e 1.061 al termine di un contraddittorio. Le sentenze eseguite furono 750, ma il numero dei fucilati non si esaurisce in questa cifra, perché furono circa altri 350 gli uomini giustiziati”. 
Una riabilitazione simbolica, la collocazione di una targa, da affiggere in un’ala del Vittoriano in Roma nella quale la Repubblica rende evidente la sua volontà di chiedere il perdono, è certamente importante ma rimane la desolazione  relativa al fatto che sono stati necessari cent'anni per arrivare ad una proposta di legge di tale valenza che comunque riguarda i militari. Ma ad essere fucilati, ad essere uccisi furono anche i civili. Emblematico è il caso di Villesse.
Il 6 settembre del 1919 nella camera del Regno d'Italia riprendeva la discussione sulle comunicazioni del Governo relative alla relazione della Commissione d'inchiesta istituita con Regio decreto 12 gennaio 1918. Durante il dibattito si ricordava che Cadorna “giunto a Villesse, fece fucilare il segretario comunale, dottor Portelli, e il di lui figliuolo, che incitavano l'esercito a marciare; e a Bomans, per lo stesso motivo, fece internare le patriottiche famiglie Gandolfi e Pasiani”. Il 5 maggio del 1920 il deputato Alessandri presentava la seguente interrogazione: “Il sottoscritto chiede d'interrogare il presidente del Consiglio dei ministri, per sapere se il Governo intenda di procedere ad una inchiesta sulla esecuzione dei cittadini italiani Giulio e Serafino Portelli, Giuseppe Cappelo, Antonio Marega, Daniele Montanari, Francesco Zampar, commessa nel maggio-giugno 1915 a Villesse, nei pressi di Gradisca d'Isonzo, a comando del maggiore Cittadella (3° battaglione del 13° fanteria, brigata Pinerolo) ; e per sapere se, confermati i fatti, il Governo intenda che siano puniti i responsabili ed indennizzate la famiglie delle vittime”. 
Il 31 gennaio 1921 venne presentata una nuova interrogazione dall'onorevole Alessandri, al ministro della guerra,“per sapere quali risultati abbia avuto l'inchiesta sull'eccidio di cittadini italiani, commesso a Villesse (Gradisca), nel giugno 1915 inchiesta già aperta da parecchi mesi, secondo la comunicazione datane dal ministro della guerra all'interrogante”. Rispose il sottosegretario di Stato per la guerra in tal modo: “Sono dolente di non poter rispondere alla interrogazione dell'onorevole Alessandri, perché non è ancora esaurita l'inchiesta che riguarda i fatti a cui egli accenna ; e quindi il Ministero non è in possesso di tutti gli elementi che sarebbero necessari”. Alessandri evidenziava, durante la replica che “i fatti sui quali verte la mia interrogazione sono avvenuti fin dal 1915. La popolazione di Villesse protesta da cinque anni contro l'esecuzione di cittadini italiani presi in ostaggio dalle truppe italiane e fucilati. Il Ministero doveva essere informato di questa protesta della popolazione di Villesse ma ne ebbe notizia soltanto nel febbraio dell'anno scorso, quando io presentati una interrogazione in proposito. Esso mi rispose che sarebbe stata aperta un'inchiesta. Sono ormai passati otto mesi e non comprendo il motivo di questo ritardo. Ad ogni modo, spero che il ministro tenga conto del tempo già trascorso e dia al più presto soddisfazione alla popolazione di Villesse”. Il 20 luglio del 1921 questa volta l'onorevole Tuntar domandava al ministro della guerra l'esito della citata inchiesta ricordando tra le altre cose che sotto “ l'Austria non venivano bastonati,i prigionieri politici, almeno nei nostri paesi. Invece, colla venuta del nuovo regime, non dirò italiano, perché io so distinguere fra il nome italiano e l'Italia borghese e monarchica, nelle nostre terre la bastonatura dei carcerati politici è divenuta un metodo, un sistema”. Riporterà una testimonianza molto forte che ovviamente recherà grande scalpore alla Camera, dopo aver ricordato che mentre era ministro della guerra l'onorevole Bonomi, gli ufficiali dell'esercito inquadravano i fascisti nella Venezia Giulia e i depositi militari fornivano loro le armi: “Il tenente Fagioni noto boia di Trieste della tenenza di via Chiozza, arrestò, in seguito a delazione di qualche individuo infiltratosi nelle nostre file (l'agente provocatore Grossmànn, di cui la questura italiana di Trieste si serviva) il compagno Scabar, il quale battuto a sangue dovette svelare i nomi dei componenti il direttorio, sempre dietro intimidazione del tenente Fagioni. Questi conosceva tutti i componenti il direttorio, ma, volendo essere sicuro dell'autenticità di questi nomi e delle loro funzioni, costrinse a colpi di verga e di moschetto il compagno Scabar ad affermare essere veridico quello che egli diceva. « Poi, sempre munito di dati precisi, fece arrestare tutto il Direttorio ed inoltre moltissimi compagni comunisti. Il compagno Vidali, condotto a San Giovanni, fu battuto a sangue con nervi di bue, finché sanguinante per le percosse cadde mezzo svenuto. « Riavutosi alquanto, un carabiniere lo prese per le carni della gola, stringendolo così fortemente da farlo cadere mezzo soffocato. È da notarsi che i carabinieri, spaventati dell'immobilità del compagno Vidali e credendo di averlo ucciso, gridarono di chiamare la guardia medica. « Il tenente Fagioni, (che per ragioni igieniche presentemente è ammalato, ma venne promosso per meriti di ufficio !) categoricamente rifiutò.- « Al compagno Canziani furono legati gli organi genitali con una corda così strettamente che cadde al suolo svenuto, non sostenendo questo dolore. Allora presero un nerbo di bue-e glielo spinsero nell'ano facendolo urlare di spavento”. Gasparotto, ministro della Guerra, risponderà in questo modo all' Onorevole Tuntar : “ noi conosciamo il soldato italiano ! Combattente nei giorni della guerra, tutore dell'ordine nei giorni della pace, giudice nei tribunali straordinari, egli ha lasciato sempre ovunque un'orma luminosa di amorosa bontà!”.
note:nella foto trincea 

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