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Il processo ai quattro eroi antifascisti fucilati a Basovizza:alcune note critiche


Le riflessioni che ora seguono derivano dalla lettura della parte più rilevante della sentenza 29 RG 81 del 1930 del Tribunale speciale per la difesa dello Stato fascista e di diversi articoli della Stampa, periodo di riferimento febbraio 1930 settembre 1930, che riporta integralmente buona parte del dibattimento, interrogatori in merito alla vicenda che condurrà alla fucilazione di Zvonimir Miloš, Fran Marušič, Ferdo Bidovec e Aloyz Valenčič, come avvenuta il 6 settembre del 1930. Questa vicenda ha tenuto banco, sulla Stampa edizione nazionale, nel periodo relativo all'arresto di coloro che poi verranno ritenuti come colpevoli dell'attentato al Popolo di Trieste, in modo significativo, con tanto di prime pagine dedicate  a partire dal momento dell'arresto. 
Si descriverà con enfasi il funerale di Guido Neri, operatore del Popolo di Trieste, giornale di proprietà della Federazione Fascista e dunque organo del fascismo, morto durante l'esplosione della bomba lì collocata, per esempio si riporterà la solita cifra dei centomila triestini in piazza per il funerale, si seguirà il trasporto della salma sino a Bologna con tutti gli onori dello Stato fascista, venne anche consegnata la tessera ad honorem al padre del giornalista morto nell'attentato come da ordine del Direttorio. Dopo mesi di letterale e sostanziale buio, di punto in bianco si arriverà all'arresto di diverse persone, giovani, prevalentemente antifasciste e di origine jugoslava.Come si arriverà all'arresto? 
In un modo a dir poco incredibile.  Venivano arrestate, le persone interessate da questa vicenda, nella notte del 25 aprile del 1930 per merito della legione Carabinieri di Trieste e Gorizia e la Stampa riporterà la notizia, che tutte, salvo il Valencic, avevano subito confessato le loro responsabilità. Coloro che la stampa ed i fascisti definiranno come "balordi, assassini, delinquenti" vennero indagati ed arrestati a causa di una intercettazione di un telegramma reputato sospetto e per spirito di curiosità giunsero, i carabinieri, partendo dalla stazione di provenienza del telegramma, non si comprende come, ai coniugi goriziani Franceschini, negozianti di biciclette a Gorizia i quali fecero il nome, dopo essere stati arrestati, di un tale Spanger il quale avrebbe  loro detto di leggere bene il popolo di Trieste “perché da domani non lo leggerete più”.
"Ciò-ricordano i coniugi- accadeva il 9 febbraio 1930" ovvero il giorno prima dell'attentato. La deposizione dei coniugi Franceschini, in Tribunale sarà la seguente: “io Spanger, avendo un giorno scorto una copia del Popolo di Trieste, avrebbe esclamato: «Leggetelo oggi, perché domani non lo leggerete più »”.
Arrestato ed interrogato, lo Spanger, dopo aver negato ogni suo coinvolgimento, affermò che la bomba l'avrebbe collocata un certo Milos il quale individuato ed arrestato, prima negò ogni suo coinvolgimento e poi, pare, che ammise la sua “colpa” coinvolgendo altre soggettività che ammisero anche l'attentato al Faro della Vittoria di Trieste ed il tentato incendio alla Scuola di Cattinara accaduto qualche mese antecedente i fatti ora citati.
Come è evidente le stranezze non mancano specialmente in merito alla immediatezza dell'essere reo confessi. La cosa interessante è che, per il Tribunale Fascista, la data del 10 febbraio veniva scelta per l'anniversario del Patto lateranense, peccato che l'anniversario cadeva il giorno seguente, ovvero il giorno 11 e l'attentato veniva realizzato verso le 22.30 del 10 febbraio che determinò la morte del fascista Guido Neri ed il ferimento di altre persone.  
Si sosteneva che l'esplosivo utilizzato era dello stesso tipo usato qualche giorno prima per danneggiare il Faro della Vittoria, vennero anche ritrovati gli stessi volantini e sequestrato un libello ove si rivendicava l'attentato alla “faro della falsa vittoria” di Trieste. Dal punto di vista storico è il caso di annotare che coloro che hanno contestato la vittoria mutilata, reputandola de facto come falsa vittoria, come è noto erano i fascisti, i dannunziani i nostalgici di Fiume e dunque è più che anomala una simile dicitura riportata in volantini jugoslavi che contrastavano il nazionalismo ed il fascismo italiano.
La dinamica dell'attentato sarebbe stata le seguente: “I due malfattori( come verranno chiamati gli oppositori al fascismo) allontanatisi i carabinieri, si inoltrarono nella piazza Santa Caterina entrando nel vespasiano che si trova in detta piazza. Poco dopo ne uscirono, ma scorti nuovamente i carabinieri, girarono intorno all'isolato del Banco di Roma. Giunti di nuovo davanti al Popolo di Trieste e rassicurati dall'assenza di persone, varcarono la soglia del portone. I due, che durante tutto questo tempo avevano portato la macchina infernale, si accinsero a salire le scale ; ma avvertendo rumore, come di persone che discendessero, anziché fermarsi al primo piano proseguirono la salita. Incontrandosi tra il secondo e il terzo piano con una vecchietta, tale Maria Lonzar, che abita nella casa. Gli assassini attesero, al terzo piano dello stabile, che il movimento cessasse per le scale e videro così, al pianerottolo immediatamente sopra a quello della redazione, passare due persone che si recavano al giornale. Per nascondere la bomba, si collocarono davanti alla finestra che si apre su quel pianerottolo, voltando le spalle alle scale il Bidover collocò la bomba “. Il tutto è perfettamente ricostruito o costruito per avere un chiaro testimone contro gli imputati. 
Uno degli imputati, il Marusic, il giorno del dibattimento in Tribunale, il 4 settembre, affermò che durante gli interrogatori nascose la verità “per spirito di cameratismo verso i suoi compagni”e pare che addirittura abbia chiesto perdono al padre di Neri prima di essere condotto in gabbia, come riporta la testimonianza della Stampa. Gli altri imputati ammetteranno tutte le loro colpe senza mai rivendicare l'azione politica antifascista ma semplicemente affermando che erano stati costretti a compiere l'atto perché altrimenti sarebbero stati uccisi dalla organizzazione di cui facevano parte e che quando compievano gli atti lo facevano o per migliorare la propria posizione o per evitare di passare come “femminucce”che nulla facevano per la propria patria. Perché essere reo confessi,per atti antifascisti e di natura politica senza rivendicare il carattere politico ed antifascista dell'azione? Perché confessare, senza rivendicare nulla, sapendo che, con la confessione, si andava direttamente alla pena di morte? Proprio quella morte che si voleva evitare? Le cose non possono che essere due: o sono emerse delle omissioni negli atti con contestuali ricostruzioni a dir poco false e dunque il carattere antifascista dell'azione di lotta e di contrasto allo Stato Fascista è stato semplicemente censurato oppure il tutto è una grande ed immensa farsa con la tipica testimonianza estorta, farsa che ha portato alla morte delle persone che non avevano commesso semplicemente nulla. 
Il fatto che la Stampa abbia pubblicato tutti gli atti pubblici in tempo reale, dagli interrogatori, al dibattimento al testo integrale della sentenza, fatti che governavano la prima pagina di quel giornale dimostra come il fascismo abbia voluto conferire un chiaro messaggio di ordine, disciplina ed italianità assoluta della Venezia Giulia fomentando l'odio nei confronti delle comunità jugoslave. Il Pubblico Ministero definiva gli atti come contestati come riconducibili nel novero di reati di “volgare delinquenza e non di atto eroico” finalizzato ad opporsi al fascismo, perché ovviamente nel Paese non si doveva e poteva in nessun modo e maniera far trapelare la minima esistenza di una contrapposizione politica anche violenta al fascismo. Presenterà gli imputati in questo modo:  Il Valencic come “benestante, che conservava una ciocca di capelli di Guglielmo Oberdan, avvicinava i Balilla si faceva protettore del giovane fascismo ed era destinato a diventare podestà del suo Paese. Il tutto come forma di copertura, perché era nella sua fabbrica che si realizzavano le bombe”. Il Marusic veniva invece presentato come “una figura così completa di criminale difficile da ritrovare negli annali della delinquenza. E' lui che ha ordinato le bombe”, che ha conservato la bomba “nella banca d'America d'Italia” ove lavorava per compiere l'attentato, “prima di consegnarla al Milos, ha predisposto gli attentati ma non ha mai avuto il coraggio di partecipare a queste imprese”. Il Bidovec “consegnava giornali antifascisti e consegnò ordigni esplosivi al Marusic”. Il Milos “in una lettera diretta a sua madre confessava i crimini ed invitava la propria madre ad allontanarsi da Trieste, poiché, lui aveva tradito l'ospitalità italiana”secondo l'accusa era stato lui a “collocare la bomba al Popolo di Trieste mentre la miccia veniva accesa dal Bidovec”. Uno degli avvocati difensori degli imputati debutterà dicendo che: “la parte lesa in questa vicenda è l'Italia e che gli slavi ci creano ancora delle molestie onde dobbiamo vigilare, dobbiamo difenderci” e che per i fatti dell'attentato al popolo di Trieste gli imputati “devono essere condannati non alla pena massima che non osa nominare” ma, “vista la loro giovane età e le confessioni e visto che non avevano funzioni direttive nelle associazioni incriminate, ad espiare la loro pena nel lungo carcere”. Verrebbe da dire alla faccia della difesa, quale differenza tra difesa ed accusa? Inesistente. Gli imputati il 6 settembre del 1930, condannati alla pena di morte, verranno fucilati alla schiena per mano del 58° battaglione delle camice nere alle ore 5.44 in Basovizza. Spanger, colui che per primo avrebbe accusato il Milos e tale accusa ha permesso di arrivare agli altri imputati, non verrà condannato alla pena di morte, contrariamente da come richiesto dal PM e verrà successivamente graziato dopo aver scontato 9 anni 1 mese e 20 giorni di prigionia. 
Si ringrazia Claudia Cernigoi  per il suo appello invitando a riaprire le indagini su questo attentato e su tutto  ciò che vi è connesso e spero nel mio piccolo di aver conseguentemente offerto qualche spunto di riflessione in più su tale non chiara vicenda.

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