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#Calcio: la Triestina eviterà il terzo fallimento? Alcuni inevitabili perchè


La Triestina, a Trieste, ma anche oltre Trieste, è passione, è amore, ma anche fonte di preoccupazione. Certo, in questo periodo, il mondo intero, è sull'orlo di una crisi di nervi pericolosa, tra guerre, virus e crisi economiche sempre più pressanti, si potrebbe obiettare, ma con tutto quello che accade, con il rischio di una catastrofe globale, la gente non ha meglio da fare che pensare al calcio? Alla Triestina? Il caso Triestina è certamente significativo, perché unisce diverse componenti, da quelle politiche, a quelle economiche a quelle sportive e sociali. Se a Trieste migliaia di cittadini si mobilitano, se il gruppo facebook sosunione Triestina, è sulla soglia delle dieci mila adesioni in pochissimi giorni, un gruppo che salda il mondo virtuale con quello reale, non si può certamente rimanere indifferenti. La Triestina rischia il terzo fallimento, dopo quello del 1994 e del 2012? Tra scongiuri e pensieri, in tanti si augurano di no, ma il rischio sussiste. Un rischio che tramite il calcio evidenzia tutte le problematiche che immobilizzano Trieste. La Triestina è nata praticamente pochi mesi dopo la conquista, da parte del Regno d'Italia, di Trieste. Tra alti e bassi, tra momenti di gloria e momenti di delusione, oggi si trova in una situazione che per certi aspetti è tipica di molte società calcistiche italiane. Sono decine le società ad essere fallite, ultimo è il caso di Siena e Padova, nonostante tutto ed il tutto, si riparte, perché il calcio consente, pur nelle sue diverse vicissitudini, una nuova partenza, anche se non indolore. Per competere ad alti livelli è necessario l'aggancio ad un sistema finanziario solido, questo è un dato di fatto oggettivo. Spesso la storia delle grandi società è legata alla grande o media imprenditoria locale. Localismi, intesi non tanto come senso di chiusura, ma come senso di appartenenza e di rispetto per la città che ti ospita. Il calcio è anche business, il calcio è tutela dell'immagine di una intera città, il calcio è spesso la prima vetrina nazionale od internazionale di una intera città. Bisognerebbe chiedersi il perché a Trieste non sussiste l'interesse del grande capitale locale nei confronti del calcio e della Triestina, eppure i benefici sarebbero tanti,  ed i costi e gli oneri iniziali, con un progetto serio e sano di lungo periodo, porterebbero certamente alla produzione di frutti rilevanti. Trieste ha uno stadio stupendo, uno dei migliori d'Italia, uno stadio che vanta diversi record, come il goal numero 1000 della nazionale, la presenza di una delle prime guardalinee donna. Certo, è vero che quando il capitale investe per l'acquisto di una società, i primi pensieri cadono proprio sulla voce stadio, ristrutturazione, gestione,proprietà e tanto altro, ma il calcio non è solo stadio e business, è anche altro, quell'altro che qui a Trieste rischia di finire nell'oblio.
Bisognerebbe chiedersi come è possibile che la mobilitazione dei tifosi sia riuscita ad accelerare l'iter della vendita, da parte dell'attuale gestione, cosa che non è accaduta invece, per esempio, con la Lazio, dove da mesi e mesi continua la guerra tra tifoseria e presidenza, ma ognuno rimane fermo nelle proprie posizioni. La risposta è la politica. E' intervenuta la politica, facendo, in un certo senso, terra bruciata intorno alla nuova proprietà, non avendo più a disposizione, a quanto pare, né stadio, né sede ed altre strutture, ed ovviamente cavalcando l'ondata della tifoseria e di buona parte della città. Bisognerebbe chiedersi perché nessuna valutazione compiuta è stata fatta all'atto della cessione nel 2014 o del 2012,  eppure di informazioni variegate su quella proprietà che ora si attacca , ve ne erano diverse in rete, per esempio.  Non era possibile esercitare interferenze? E perché ora invece è possibile? Oppure le interferenze possono essere esercitate solo quando gli interessi coincidono? E quali sono questi interessi? Perché acconsentire o sostenere la vendita della Triestina a persone che puntano gli occhi prima su un club e poi su un altro? Perché non valutare ex ante le reali intenzioni, i progetti, di chi vuole investire o dice di voler investire nella Triestina? Perché non coinvolgere attivamente i tifosi, la città? La soluzione politica di oggi probabilmente trova anche la risposta nel tentativo di cercare di sanare cattive valutazioni del passato. Ma una cosa è certa, quando la politica si interessa di calcio, condiziona il calcio, spesso si va sbattere la testa contro il muro, a prescindere dai colori politici.  Tanti perché, politica, capitali grossi finanziari locali latitanti, forse perché a Trieste non vogliono più investire, forse perché si mira oltre, magari verso quella Milano divenuta oramai il centro, l'unico, d'imputazione della finanza italiana, forse perché a Trieste si vuole solo speculare. A Trieste non si investe più, è questo il vero nocciolo della questione, e la crisi non è una giustificazione, perché questo problema sussisteva anche prima del 2008, la così detta crisi ha certamente aggravato la situazione, destinando Trieste verso quello che pare essere non solo l'ennesimo fallimento di una importante squadra di calcio, ma di un modello intero, un modello sociale ed economico che non regge più. Tutti convergono sul fatto che così avanti non si può più andare, ma le soluzioni sono diverse,spesso contrastanti e non concilianti tra di loro. Insomma il caso Triestina è il caso Trieste ed il caso Trieste è il caso di buona parte d'Italia e di questa Europa, diventata, in parte vetrina con i propri prodotti da svendere al primo arrivato, vedi il recente caso della Croazia, e con le referenze “giuste”, ed in parte bene non più comune su cui speculare, e quando il così detto “magna, magna”finirà, perché tutto quello che si poteva vendere o tutto quello su cui si poteva speculare, giunge al suo termine, perché nulla è eterno, non rimarrà altro che desolazione e rabbia e la rabbia non sempre è domabile o gestibile con le buone maniere.



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