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Quando a Trieste veniva represso anche l'uso del dialetto



Trieste è una città multiculturale, che conosce tante e più lingue. Lingue che, in base ai regimi del tempo, hanno subito sempre repressioni, pensiamo alle violenze subite dalle comunità slavofone, alle ammonizioni esercitate sotto l'Impero austro ungarico da parte del Commissario austriaco, verso alcuni italiani che incitavano la diffusione della lingua italiana, forse perché sospettati di irredentismo, ma poca importa, quello che qui interessa è l'uso della lingua, ,anche se poi la lingua italiana divenne, in quel tempo, quella ufficialmente utilizzata nell'amministrazione e nella giurisdizione ed ovviamente non si devono dimenticare le intimidazioni e le censure per l'utilizzo del dialetto sotto il nefasto regime Fascista. Ancora oggi, in molti uffici pubblici, nei bar, nei luoghi di Trieste, il dialetto è vivo. Il dialetto, il triestin, è la lingua del popolo, che unisce la borghesia al proletariato, è la lingua della città, è la lingua che esprime i veri sentimenti degli animi triestini. Vi è stato un periodo, molto lungo, ove Trieste ha conosciuto una enorme ed imponente diffusione del dialetto in opere prevalentemente poetiche, letterarie e satiriche. I Trovatori di Trieste, pensiamo a uomini come Edoardo Borghi,Borsatti,Piazza o Carlo de Dolcetti, quel de Dolcetti che fondò il Marameo, che scriveva con il pseudonimo di Amulio e a volte Car-do, quel giornale che subì una sospensione durante la prima guerra mondiale, riprese subito dopo, che subì l'intimidazione del Regime Fascista e che venne soppresso nei primi anni del 1940.

Il giornale politico satirico "pupazzettato" ricevette da parte dell'Ufficio Stampa del Capo del Governo fascista, nel 1933, una nota che ben evidenziava il controllo assiduo e persistente del regime su cosa e come si scriveva: “ Il direttore del Marameo con l'incoraggiamento dato alla letteratura dialettale è in contrasto con le Direttive del Regime, dovendosi ritenere i dialetti italiani un vieto residuo dei tempi di divisione e servitù”. ( fonte  L'allegra Trieste dei nostri nonni-Edoardo Borghi: il suo tempo, le sue canzoni, di Laura Borghi Mestroni ed. Luglio editore).
Il dialetto consentiva di sfuggire alla controllo del regime, il dialetto era la via di fuga con cui saggiare la propria libertà di pensiero, di critica. Il dialetto era l'espressione della passione critica dei triestini, una critica, che anche attraverso la satira e la poesia, e le canzoni popolari, non era tollerabile e per questo andava domata e per quanto possibile repressa. Oggi, quando si ascolta, per le vie di Trieste, parlare il ed in triestino, è il caso di ricordarsi di tutto ciò, ovvero che vi è stato un tempo ove anche l'uso del dialetto, in questa Italia, veniva represso.


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