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La Finestra sul Carso



Esiste un rito laico, sociale, individuale, un rito diventato abitudine, abitudine diventata ordinaria quotidianità quasi meccanica.
Aprire la finestra, far entrare la luce esterna in quella stanza che ha raccolto e nascosto in qualche angolo dove la polvere si nasconde sempre con grande strafottenza, i pensieri di una notte rimossi nell'oblio del sonno, è un gesto di sfida.
Sfidi il tuo umore.
Sfidi il rumore di città.
Sfidi la curiosità.
Sfidi il giorno che sarà.
Ma a volte quella finestra non vuoi proprio aprirla. Sei combattuto, sei indeciso, vivi l'ennesimo dubbio.
Ed allora decidi di socchiudere al mondo esterno ed all'interno della tua latitanza sociale nella stanza immersa da fumosi pensieri, quella finestra che ti conduce, ed altro non può fare, su quel primo ciglione carsico devastato dall'edilizia selvaggia.
In quel rione di Roiano, ove il centro ruota intorno alla solita piazza della Chiesa, perché la Chiesa in molte periferie cittadine rappresenta il centro di gravità secolare ma non permanente, pensi a quella brutalità.
Una brutalità folle, coltivata nella ragione di quel profitto che ha mutato l'uomo in dio eterno ed immortale.
Vorresti avere un potere che sia il potere.
Vorresti con il tuo grido allearti con la forza della natura e far piombare nella foiba naturale quel capitalismo che altro non è che un maledetto diavolo.
Un diavolo che vuoi combattere ma senza acqua santa, dunque non potrai esorcizzare nulla, e quel nulla è il tutto di questa società che non vuol diventare comunità.
Nè diavolo, né acqua santa.
Ma oggi quella finestra non voglio proprio aprirla.

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