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Sciopero della fame al Corriere della Sera.

Ancora una volta censurata una importante protesta.
Ancora una volta censurata una lotta volta a rivendicare un diritto al lavoro stabile e certo dopo sette anni di precariato.
Ancora una volta censurata una lotta contro il sistema nel sistema.
Quella di Paola giornalista co.co.co nel Corriere della Sera, dopo lo sciopero dei precari della Scuola, dopo quello dell'infermiera che ha sacrificato la propria vita per rivendicare il diritto alla retribuzione è l'ennesima storia della precarietà sia lavorativa che esistenziale che caratterizza la nostra società.
Quello che è in corso è ahimè anche la guerra tra poveri, tra lavoratori, tra precari e precari, tra chi ha un contratto a tempo indeterminato e chi spera un giorno di avere il rinnovo di un contratto a tempo determinato o co.co pro.
Certo è anche vero che il collegato lavoro che il 24 novembre diverrà legge certamente non migliorerà tale situazione, ed allora che fare?
La lotta è determinante, e la censura deve essere contrastata affinchè si possa parlare si possa dire basta alla  precarietà e flessibilità esasperata, basta con lo sfruttamento nel lavoro, semplicemente basta.

Per capire il senso di questa lotta niente e nulla meglio delle parole della lavoratrice potranno chiarire il tutto.
Quello che segue è tratto dal blog della Paola: http://paolacars.tumblr.com/

Sciopero della fame e della sete, le prime 24 ore. 
Mi sento un po’ debole, ma sto bene. Oggi al telefono ho sentito qualche collega. Nessun altro. Al giornale lo sanno tutti e la direzione tace. Bene.
Spero che la mia protesta rappresenti la battaglia d’inizio di una guerra, la guerra dei precari che non accettano più di essere trattati da reietti.
Non so se riuscirò a far sentire la mia voce. Ci provo.


Sciopero della fame e della sete, dopo le prime 24 ore. La novità è che ho bevuto. Mi hanno convinto gli amici, ma vado avanti con lo sciopero della fame.
Per chi mi ha chiesto i motivi della protesta ecco qualche dettaglio. Spero di essere chiara: al momento sono un po’ cotta e parecchio stanca.

La storia è questa: da 7 anni lavoro per il Corriere e dal 2007 sono una co.co.co. annuale con una busta paga e Cud. Aspetto da tempo un contratto migliore, tipo un art. 2. Per raggiungerlo l’iter è la collaborazione. Tutti sono entrati così. E se ti dicono che sei brava, prima o poi arriva il tuo turno. Io stavo in attesa. 

La scorsa settimana si è liberato un posto, un giornalista ha dato le dimissioni, lasciando una poltrona (a tempo determinato) libera. Ho pensato: “Ecco la mia occasione”. Neanche per sogno. Il posto è andato a un pivello della scuola di giornalismo. Uno che forse non è neanche giornalista, ma passa i miei pezzi. 
Ho chiesto spiegazioni: “Perché non avete preso me o uno degli altri precari?”. Nessuna risposta. L’unica frase udita dalle mie orecchie: “Non sarai mai assunta”.
Non posso pensare di aver buttato 7 anni della mia vita. A questo gioco non ci sto. Le regole sono sbagliate e vanno riscritte. Probabilmente farò un buco nell’acqua, ma devo almeno tentare. Perché se accetto in silenzio di essere trattata da giornalista di serie B, nessuno farà mai niente per considerarmi in modo diverso.

Alla Paola ed a tutte le persone che lottano per il diritto al lavoro e nel lavoro va la mia piena ed incondizionata solidarietà.
Marco Barone

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